La solitudine delle madri

La scoperta della gravidanza è un evento che , nella maggior parte dei casi viene celebrato con esclamazioni di gioia, speranza, felicitazioni da quanti ne sono coinvolti direttamente e non.

In questo tripudio di luce in cui la mamma sembra essere calata, quasi mai però, vengono riconosciute le ombre che, fisiologicamente, accompagnano lo stesso evento e che inaspettatamente si impongono alla nostra attenzione in quei fatti di cronaca che ci lasciano inorriditi per la loro brutalità e innaturalezza: neonati abbandonati, gettati via, rinnegati, rifiutati, maltrattati, vittime di una violenza indicibile perpetrata proprio ad opera di chi avrebbe dovuto accoglierli con amore incondizionato.

Ci chiediamo allora cosa non abbia funzionato..

E’ importante considerare come si è trasformata la famiglia nel tempo: una volta l’arrivo di un bambino comportava la mobilitazione delle risorse di tutta la famiglia, coinvolgendo in particolare la rete delle donne; nonne, madri, sorelle, le anziane zie rimaste ‘zitelle’, si rendevano disponibili per preparare il nido prima e supportare la puerpera dopo, nella gestione post parto.

Oggi, complice la trasformazione sociale che sempre più genera piccoli nuclei famigliari isolati e frammentati, costretti a cavarsela da soli, difficilmente le donne possono contare sulla stessa rete solidale di una volta data dalla grande famiglia.

Ecco allora che le istituzioni intervengono a colmare questa mancanza con progetti di prevenzione, sensibilizzazione, informazione, sostegno, corsi di accompagnamento al parto, tecniche sofisticatissime di monitoraggio della gravidanza, servizi di aiuto nella gestione post partum.

Si direbbe che tutto funzioni in maniera impeccabile, eppure…

Mi capita spesso, nella mia pratica di psicoterapeuta di ascoltare testimonianze di donne che lamentano incuria e insensibilità esperite proprio all’interno di quelle istituzioni che dovrebbero garantire loro sostegno, competenza, umanità ed empatia.

Donne che si scontrano con un sistema che non rende giustizia alle sue buone intenzioni.

Giovanna, giovane primipara incinta al 5° mese, raccontava la sua frustrazione e il senso di umiliazione vissuto durante la tanto attesa ecografia morfologica in cui il medico, lungi dal coinvolgerla e accompagnarla nella scoperta della sua bambina, aveva preferito convogliare la propria attenzione sulle giovani specializzande con le quali stava intrattenendo in quel momento un’accesa conversazione sulle sorti professionali di un collega.

Giovanna si era sentita sola..

In quel momento le sarebbe bastato uno sguardo accogliente, una carezza emotiva, una parola gentile gentile per far sì che germogliasse dentro di lei un sentimento di fiducia e benevolenza piuttosto che la rabbia, il senso di abbandono e di paura che quell’incontro, così emotivamente sterile, le aveva generato.

Ma Giovanna una volta a casa avrebbe trovato un ambiente accogliente con cui condividere e lasciarsi alle spalle questa brutta esperienza.

Cosa succede però a quelle donne che, inciampando in esperienze simili, così povere umanamente, sentono crescere dentro di loro, senza possibilità di contenimento, sentimenti di colpa, inadeguatezza, sfiducia verso lo stesso processo generativo che interessa il loro corpo?

Quali ripercussioni avranno sulla loro identità di madri?

Se a questo aggiungiamo la difficoltà di governare il flusso di pensieri ambivalenti che ogni gravidanza porta con sé dal momento che, come la clinica psicologica ci mostra, nella donna incinta si verifica uno shock biografico dovuto alla destrutturazione dell’identità femminile, non possiamo non tener conto della fragilità di queste donne.

Occorre ripartire allora da un assunto, per citare S. V: Finzi:

“Per accogliere un figlio, per fargli posto, non solo nel grembo, ma nella mente e nel cuore, occorre che le madri si sentano a loro volta accolte e sostenute.

Tutta la società è chiamata a rispondere a questo abbraccio”.

 

Dott.ssa Claudia Digiuro

No Comments

Enroll Your Words

Bobby Massie Authentic Jersey 
To Top