Nei mesi scorsi ha suscitato molta polemica l’affissione pubblica di manifesti, alcuni decisamente forti, che sostengono il no all’aborto. Sui social si è scatenata una reazione aggressiva, iraconda, a tratti sgraziata, da parte di quanti, perlopiù, invocavano la conquista di un diritto ottenuto con la legge 194. L’aborto della legge. La controparte, con altrettanta veemenza, rilanciava definendo omicidio la pratica abortiva. L’aborto fuori legge. Ho sentito che in questa dialettica mancava qualcosa, ma soprattutto tutto questo chiasso non permetteva di andare più in là con la riflessione. La rabbia spesso nasconde una paura di dire qualcosa e in effetti sull’aborto non si dice abbastanza. Parlarne fa paura. Se si parla di aborto, lo si fa attraverso pensieri monchi, incompleti, discorsi che al di lá della dicotomia politico-religiosa rimangono come scotomizzati, privati della dimensione emotiva, della dimensione del lutto. Parlo di lutto perché nella rinuncia alla maternità, per quanto scelta consapevolmente, si cela sempre una ferita, una brusca interruzione, il lutto sia del bambino immaginato che del progetto genitoriale tout court. L’aborto fisico non è sufficiente a realizzare la totale cancellazione del figlio. Il bambino abortito viene annullato biologicamente, ma come identitá psichica occupa da subito uno spazio nella mente della madre, e con lei stabilisce un immediato legame di reciprocitá, per quanto silenzioso. D’altro canto la natura stessa ci dimostra che questo legame fusionale è in atto fin dagli esordi della vita, quando l’uovo scende delicatamente ad aderire alla parete dell’utero in un abbraccio che segna l’avvio del dialogo madre-bambino. In questa fase l’uovo stesso partecipa al dialogo in modo sorprendentemente vitale: esso rilascia un ormone in grado di inviare alla madre il segnale della sua presenza e predisporre condizioni ambientali favorevoli alla sua crescita. Così come si rende necessario per la sopravvivenza dell’uovo uno spazio fisico accogliente e ricettivo come è il ventre materno, allo stesso modo occorre che la mamma si doti di un grembo psichico, uno spazio in cui ‘sognare’ il proprio bambino e far vivere il progetto materno. Perché si formi questa culla psichica la mamma deve poter sostenere l’ambivalenza delle emozioni che la gravidanza comporta, allo stesso modo delle altre tappe maturative della vita, e deve poter lei stessa disporre di un ambiente esterno che contenga le sue ansie e paure. Non di rado accade che l’aborto psichico, ossia il rinnegare l’esistenza del figlio o viverla come un’ intrusione maligna, sia premessa di un aborto fisiologico. Si tratta di casi di aborti spontanei che sul piano medico ginecologico non trovano spiegazioni specifiche. Casi in cui il corpo dice ciò che la mente tace. dott.ssa Claudia Digiuro ]]>
